Progetto: "Universi Paralleli"

torna all'indice

Par.3 "6a in Re"

 

 

"Figlio mio ... dolce musico, piccolo tatino"

* * *

Poco dopo la mezzanotte, Luigi era ancora con la sua preda, nel condominio quieto e freddo sebbene la caldaia lavorasse frenetica e sussultante. Il freddo che sentiva mentre la cingeva era lo stesso silenzio degli occhi accusatori, era la volontà dell'uomo che aveva avuto il sopravvento su una vergine irraggiungibile, trovatasi improvvisamente con la sola difesa della sua infantile colpa e della sfortunata imprudenza di essergli amica.
Martina era mezza nuda da lunghe ore e il nasino quasi le gocciolava in preda alla congestione, era rimasta a parlare al telefono con un'amica per interminabili minuti, prendendo il primo pretesto per salvarsi da Luigi. Il suo sensuale aguzzino invece, era rimasto paziente dinanzi a lei, mentre confessava a Roberta la prima confidenza che le veniva in mente in cerca di scampo, ma non così convinta di ciò da ignorare le appuntite pupille dell'uomo, che di solito erano liquee e bonarie quando la vedevano.

"Mi piace il cachemire ... se solo potessi!"
"Forse Giovanna trova lavoro nella profumeria nuova, se ci va andiamo a fare le matte ... ma troppo profumo dà alla testa e non mi ..."
"Non so se potrò, non mi sento a mio agio e ho già una punta di freddo
(Ti prego ... sono già nuda, non farlo ora, non farlo davvero, farò la brava, sei qui, ti ho aperto, giuro che non ti scaccerò)

Vide le dita fresche sul cavo del telefono divincolarsi freneticamente in cerca di scampo, e per poco non le lesse veramente nel pensiero: fu la sua ispirazione, da inopportuno coetaneo si tramutò in una minacciosa e irrefrenabile mantide deposta ai piedi di Martina.
Parlava pregando che il tempo passasse deciso, rispondendo a monosillabi alla noncurante compagna. Luigi non sibilava neppure un soffio, preso dalla futile conversazione fra donne che stava dilungandosi oltre misura: la assaporava divertito escogitando qualcosa da fare con la bambolina che aveva di fronte.
Agì, percependo appena il rumore del cardigan viola della piccola che cadeva soffice e vellutato ai suoi piedi già scalzi, allora lo prese con piene mani e lo strofinò vigorosamente su di essi, nell'intento di farli cedere più che di scaldarli.
La cornetta cadde.
Erano le ventitre passate, Luigi non parlava da ore, suggendo la pelle attorno l'ombelico venereo e mellifluo della giovane, ancora eretta davanti al mobiletto del telefono che taceva ironicamente.
I graffi e le sottili carezze ai lati delle sue reni erano sapientemente mescolati e alternati per ricordarle prima il piacere, poi il dolore che ne seguiva. Il derma di Martina stava esplodendo per il calore improvviso e per la tensione che nell'inguine e ai vertici del petto montava, stracciando la sensazione del suo corpo.
Pepe non miagolava più, il profumo dell'eccitazione nell'aria era persistente ma non lo stimolava più di tanto, lui aveva già dato il meglio di sè con le peggiori randagie del quartiere; trovava più interessante l'impasto delle polpette, che riposava abbandonato colpevolmente sull'angolo del tavolo per il pranzo del mercoledì. Il giorno era lì per nascere.
Luigi a quel punto si erse, refrattario ad ogni senso, la guardò con un'intensità che le altre persone non erano solite avere nei confronti della ragazza. Ella pensò che forse era abbastanza e stava quasi per scusarsi, cercando un motivo per negarsi ai suoi polpastrelli.
Aveva appena sentito l'odore dei lunghi capelli corvini, e decise che era il tempo e il modo migliore di congedarsi: con un eleganza più bella di quanto fosse la sua persona; fece per sentire meglio quelle splendide onde, avvicinandosi con la faccia ai lati del suo lungo e nascosto collo, mentre la pelle di lei si rilassava pronta a ricevere un umido e gradito bacio da quelle sapienti e inaspettate labbra da uomo.
Martina chiuse gli occhi e dopo la carezzevole sensazione sentì il bordo della mandibola farle male sotto il vigoroso morso dell'amico: "Ahi" pensò, facendo gocciolare una stupida lacrima ai lati delle ciglia.

"Penso che un giorno ti deciderai, felice notte"

S'era infilato il lungo cappotto e la porta sottolineò con un sommesso battito tali parole di condanna.
Le gocce nel corpo della piccina quasi ventenne erano diventate dense e insistenti. Cadevano segretamente, spillate dal suo intimo in un ultimo fremito di eccitazione, nella dannata voglia che il suo perfido e insperato amante rimanesse ancora un po' ai suoi piedi, tormentandola e pungolando la sua anima sottile.
L'acqua fluiva rigogliosa dalla sua fonte.
Similmente le lacrime, pensando alle ultime tempestose ore: la generosa creatura continuava a versarle nel silenzio.

Suonavano le ventiquattro e raccogliendo i frantumi della sua dignità decise di andarlo a cercare, con uno di quei gesti che non sono nemmeno dettati dalla speranza, semmai dalla disperazione. non voleva stare da sola, e si convinse che era per questo sciocco motivo che i denti, le unghie, il collo e le braccia di Nicolini le mancavano, perciò prese con sè il micetto, per avere la certezza di qualcuno al fianco. Controllò le chiavi della Uno champagne, il foglio rosa appena ricevuto e sperò di trovare la Renault biancorossa il prima possibile: a meno che Stefano Errici non stesse già correndo più forte di lei, lungo qualche segreta e smisurata stradina di campagna abbandonata da tutti.
Voleva che Stefano la degnasse di un'attenzione particolare che non era in grado di darsi, e si pentì di averlo pensato con l'emozione fredda di Luigi che ancora là, sulla sua pelle, dentro, in profondità.

* * *

Negli strumenti a corda, quando non si riesce a costruire l'armonia, può essere utile cambiare accordatura: spesso un Mi in sesta corda viene abbassato di un tono, così il pedale di basso diventa una "Sesta in Re".

In alcune storie, le frasi delle persone muovono armonie discordanti, se la frequenza delle note viene interpretata con un diapason adatto esse diventano improvvisamente concordi, coerenti, riconoscibili. La cosa riesce abbastanza bene variando la tonalità di una musica, che è la prima variabile di una composizione. Si chiamano Modulazioni.

Ma la variabile musicale principe in realtà è il tempo: e proprio su di esso le storie delle persone prendono forma. Il tempo si dilata quando porta ore inutili e infinite, diventa un istante nei momenti di ispirazione suprema, si incrocia con quello degli altri senza apparente coerenza. Nel corso di una storia il tempo è la variabile capricciosa, ma se intendiamo una storia come forma musicale, allora anche il contrappunto di tante voci che stridono insieme può diventare organico, forse anche dolce da sentire. Si chiamano Modulazioni.

Per fare ciò, chi legge le storie deve interrogarsi su quegli eventi che il tempo porta con sè, unendo e ricamando le loro apparenti sfasature.

Martina, lanciata con affamata trance alla guida della Fiat luccicante con Pepe sulle sue cosce profumate, non era consapevole delle battute già suonate e di come il tempo stesse portando tutta quella gente a suonare i propri destini, come fossero scritti sulla stessa partitura.

Giovanna, tornata a casa senza vedere ombra della sorellina, e per giunta vedendo lo spettacolo delle polpette impastate dalle zampette del micio, probabilmente ne era ancora più spiazzata.

Don Ottavio, avendo visto il corpo che era stato un giovane vigoroso e problematico, si domandava correndo in fondo a quell'angolo di strada se egli avesse ancora del tempo, se la cadenza finale non fosse già suonata per la vita del rosso violista che taceva sul marciapiede come uno strumento senza archetto.

Luigi stava tornando a casa, mentre suo padre si domandava quanto tempo era passato da quando Francesca venne da lui la prima volta.

Stefano aveva da poco finito di parlare col dottor Nicolini, non era una cosa che aveva deciso strategicamente, ma forse gli era riuscita meglio di altre. Aveva usato l'istinto e l'anima quella notte più di quanto avesse sperato e alla fine aveva un barlume di virile soddisfazione, Ilaria era un pensiero sfocato. Aveva appena posato la giubba sul letto e si tastava la capigliatura pressochè intatta, il tempo quella notte non avrebbe significato più nulla per lui.

Ilaria era come al solito ben desta a quell'ora, il riposino pomeridiano si era protratto fin quasi all'arrivo di Archie e un senso di dubbiosa e serena colpa la stuzzicava il pancino appena proteso: s'era fatta l'abitudine a quelle notti e pur nel malessere si sentiva Lei, magari sporca ma viva come le piaceva, nella pelle che si era scelta e che il tempo non poteva sottrarle. L'indomani si sarebbe alzata presto, la soddisfazione di vedere i suoi piccoli gioielli nell'asilo comunale, sporchi di festività e di parenti mai visti prima del Natale: era una tacita e segreta felicità che pregustava al riparo da tutti, nell'aria fresca della sua stanza notturna.
La pena che silenziosamente provava per i teneri animaletti che le giravano per casa in cerca del suo cuore era distante, sempre più confusa nell'umido abbraccio dell'attesa del nuovo giorno.

Sara, le mancavano le bambine che con riluttanza aveva lasciato alla loro vita di donne, dopo essere stata madre per mezzo di loro. I capelli ricci di nero inchiostro e intrisi di umidità e di voci al ritorno della festa erano più soli perfino di lei: avrebbe chiesto al tempo un pretesto, seppur doloroso per odorare ancora per un istante la musica del passato. Dopo un po' ne avrebbe parlato sommessamente con Francesca Sabiniis, e la sua figura sarebbe diventata ancora più piccola, ringraziando il destino con i denti serrati dalla preoccupazione.

Giulio non apparteneva a quella musica, se non come un tema esposto e portato ormai al suo compimento; non viveva nel tempo degli uomini, ma nell'Eternità del Suono: come un riverbero che mai si spegne.

Archie vedeva allontanarsi l'agile e disperata figura di Don Ottavio Zimella, era chino da un po' su quelle spalle rimaste immobili sul marciapiede e arrotondate da tanti anni di sbracciate sulla viola. La viola di Giulio Stella gemeva silenziosa alla sua sinistra in un morbido compianto al caldo riparo della custodia appena scheggiata dall'impatto con la terra. Archie forse era preda al rilassante tepore delle sostanze e dell'amaro fatto in casa, forse era rintontito dai chilometri di brezza presi in pieno volto sul ciclomotore nero ancora balbettante ai lati della strada, o era un freddo passionale: fatto sta che le lacrime gli scendevano nascoste, come se attendesse una manata scherzosa del rosso amico dritta sugli occhi.
Girò finalmente la testa di Giulio.
Sorridevano.

Erano ancora una volta le ventiquattro del 6 Gennaio 1987.

***

A casa del dottor Nicolini la discussione era più che seria, ma in certe famiglie esiste da sempre un autocontrollo innato, che rende serena ogni possibile e scabrosa disputa, senza nulla togliere alla gravità dei sentimenti e delle libertà che si scontravano quotidianamente sotto lo stesso tetto.
Luigi sapeva aspettare sin da quando era un piccolo furfante, non era un bimbo che rubava i biscotti appena usciti dal forno della nonna, col rischio di ustionarsi e non gustare la densa consistenza dei frollini raffermi di un paio di giorni. I biscotti sono parenti del pane, escono di galera improvvisamente, come sorpresi da un provvedimento di grazia. Escono dopo aver scontato una pena più breve ma non meno sofferta e per questo sono intrattabili sulle prime: bruciano in bocca più di ogni altra cosa.
Luigi, forse per intelligente istinto, forse per ubbidienza, questa cosa l'aveva accettata da sempre. Fosse stata una persona diversa probabilmente avrebbe disteso Martina Mami prima di infilarsi il lungo cappotto col bavero, ma era quasi ora di tornare alla rassicurante casa del dottore e forse in un altro momento la ragazza sarebbe stata una preda ancora più fresca e fragrante. Conveniva attendere e a quel ragazzo la fiducia non era mai mancata, se non nel futuro almeno nelle sue capacità.
I capelli neri portati indietro facevano comparire una stempiatura giovanile, il cappotto lasciato sulla canna della bici azzurrina non era lungo ma radeva spesso il suolo indossato dalla sua figura poco slanciata. La carnagione era più sul chiaro che sul giallino, se non si esponeva timidamente al sole: a Luigi il calore suscitava sempre diffidenza. Spuntava rada una barba fastidiosa sulle sue guance, su quegli occhi teneri da uccellino portava gli occhiali a goccia con palese noncuranza, non per l'abitudine alla miopia ma per tingere di timore lo sguardo di chi lo guardasse con eccessiva fiducia.
Suo padre, il dottor Mauro Nicolini, era una figura assai simile, i figli non possono non somigliare a chi li mette al mondo, seppur il suo sguardo s'intristisse più spesso, per la severa abitudine professionale di esporre i sintomi e le prognosi a chi curava quotidianamente nel piccolo villaggio ai margini della campagna. Aveva anche un'espressione di serena attesa, era abituato a sentire le problematiche dei pazienti, anche quelle non inerenti all'aspetto medico. Ciò aveva migliorato il suo porsi al mondo nel corso degli anni, e i segreti dei suoi assistiti lo avevano arricchito più che preoccupato. Ma era ancora più convinto, dopo tanto tempo, che un medico era tenuto a non farsi coinvolgere eccessivamente in tali confessioni. Alla fine esse avrebbero portato pena e stenti alla missione di medici troppo umanitari. Il dottor Nicolini si dette questo precetto con serenità, dopo aver sperimentato di persona le fobie e gli scrupoli di un medico che aveva saputo troppo della sua paziente.

Il figlio era uno studente prossimo al diploma, non era stato ancora scolpito da una professione così significativa e impegnativa, ciononostante il viso era sempre con una smorfia di autorità, solo velatamente infantile, ma capace di estrarre dalle persone i sentimenti che distillassero le loro debolezze.
"Stefano, il capobanda, è passato di qui. Chissà perchè ... ha detto che era pronto per uno sfacelo, per dimostrarci qualcosa o giù di lì. No ... non preoccuparti, non sembrava collerico: solo un po' incazzato e nemmeno con te a dirla tutta. Però è strano sia passato da noi, spero tu sappia illuminarmi" disse con un velo di dolce riso paterno sui denti gialli.
"Lo so perchè. Dovrei nasconderlo?"
In realtà Luigi non aveva idea perchè fosse venuto in cerca di lui, ammesso che sapesse della sua visita da Martina non immaginava perchè ne avesse a dire con lui. Però non sopportava essere colto impreparato, e preferì una candida ammissione piuttosto che ammettere di non sapere nulla: in ogni caso Errici Stefano lo aveva preso alla sprovvista e gli occhi lucidi e dalle grandi pupille divennero improvvisamente irti di spine. Si trattenne e aspettò che il vecchio esponesse questa pungente e fastidiosa novità, si protese impercettibilmente; Mauro, notando questa vibrazione nel figlio si decise a parlare e soddisfatto dalla sua piccola titubanza inizio l'omelia.
"Sai, siete come certi elementi chimici, voi ragazzi. Alcuni si scontrano vivacemente, per risolvere i loro guai in un legame chimico più stabile dopo breve tempo. Altri sembrano insensibili fra loro, semplicemente perchè accomunati nella stessa famiglia, nella stessa colonna della tavola periodica"
"Mmh, che commuovente parallelo fra Mendelev e De Amicis, perdonami ma ho avuto una giornataccia con Garrone e De Rossi, vado a letto!" rise con isterico sarcasmo "Già, siete palline che vagano nello spazio e nel tempo in attesa di riconoscersi: non potendosi legare, si sfiorano e quasi si odiano, sentono le loro corazze elettroniche passarsi la mano per un attimo, poi fuggono irretite e schifate, correndo il più possibile in cerca di scampo l'uno dall'altro. Perchè si riconoscono dall'odore"
"... come i cani"
"Fa un po' te" proseguì "comunque se qualcuno ti ha riconosciuto, se ha capito il tuo odore e sente addirittura il bisogno di dirti qualcosa in questa vita, forse andrebbe la pena di fare un tentativo"
Luigi trattenne i pugni e lo scatto d'ira perchè non voleva scoprirsi all'arguto padre, perciò disse con fredda semplicità: "Errici ... con quel militante cattolico dici? E' la stessa persona? Cioè: il perfetto gentiluomo di borgata, amato dalla società (almeno ufficialmente), convulso e scoppiato di paranoie? Preoccupato comicamente da quei capelli biondicci troppo corti per accogliere altro gel? Capiscimi padre, non è una questione di pelle o di palle di elettroni, che girano e anche vorticosamente. In realtà non ho difficoltà ad ammettere come è Stefano: anche i suoi pregi per carità, il suo tentativo velleitario di salvare il mondo e le nostre anime con un gesto estremo ... con l'Esempio dice lui. E' quasi un filantropo no? Bene, che aiutasse qualcun'altro!"
"Non è detto che ti voglia aiutare ..."
"Ammesso questo. Non mi va, non per essere poco cortese, troppo chiuso alla Parola Rivelata. Alla fine sono anche curioso, l'ammetto. Ma le pedine le ho sempre giocate da solo, gli altri mi hanno seguito, se lo hanno fatto; rischiando loro di prima persona. Dovrei farlo io ora? Con quel Soldato di Cristo? Siamo diversi"

Siete uguali. Pensò così suo padre mandandolo a letto con una solitaria presa di tabacco nella mano. Poteva anche avere ragione, ma la chiusura di suo figlio così ostinata e contro la sua natura, quasi uno smaccato gesto di difesa a priori, lo preoccupava. Non sembrava così maturo, visto sotto questa luce, ma il telefono risuonò aspro, come se portasse con sè un destino che si compiva:

"Pronto ..."
"Dottor Nicolini, perdoni l'ora: Ospedale Civico, divisione di Pronto Soccorso"
"Dica" era successo così spesso. Sapeva bene che gli attendenti dell'ospedale desideravano da lui risposte concrete e possibilmente bisillabiche, non si scompose sentendo la voce stranamente indaffarata dall'altra parte. Non era un grande ospedale, seppur ben gestito, ma le emergenze improvvise erano malvissute dai suoi reparti e per fortuna capitavano di rado. La sua figura professionale del medico curante esigeva pazienza oltre che disponibilità costante, e doveva conferire calma e decisione ad ogni possibile situazione.
"Frai suoi mutuati compare la matricola 00435594, Stella Giulio Maria, residente in frazione Badessa al numero 4 di via Depretis?"
"Sì, sono stato il suo tutore legale fino all'anno scorso, verrò da voi immediatamente. No, lasci perdere i genitori naturali, è bene che non li abbia trovati, le sarò più utile io al momento. Come dice? Sì anche Mami Martina di anni venti, è una mia assistita ... no, il parroco no: per lui telefoni al dottor Bellanti. Entrambi sono sotto osservazione dice? Certamente no: Giovanna Mami lavora fuori città presso la signorina Sabiniis, esatto. Tornerà a metà nottata ormai se non l'ha trovata a casa, chiaramente non le consiglio di ... se vuole sarebbe meglio avvertire una loro zia, sono ancora in buoni rapporti. Sì lo so: le ragazze vivono da sole. E' dovere aiutarla, si figuri ... Dunque: Villa Sara. Ora le do il telefono ... ... "

"Alla fine ha ceduto" E la cornetta suonò cozzando sul grigio telefono a disco.

***

Martina aveva stranamente mal di testa, non era il suo consueto malessere premestruale, viveva un periodo benedetto della vita delle donne in cui i flussi del loro corpo tendono ad essere più affidabili dei corrieri di Alessandro Magno. E comunque la piccola si sentiva ancora umida e con la testolina pesante, Luigi però non era nei paraggi. E nemmeno Stefano.
Lo aveva visto senza aspettarselo proprio quella notte, proprio nella sua macchina ancora incosciente della strada, ma la Uno ebbe buon fiuto davvero. Trovò chi cercava senza alcuno sforzo, anzi nemmeno erano giunte a casa Errici per vedere Stefano e la sua figura nervosa e inquadrata: Martina disse che era un'auto femminile, pensò che sarebbero state buone compagne di viaggio nel futuro. Aveva Pepe sulle cosce poco infreddolite dal riscaldamento ancora pigro, se lo ricordava bene: sovente si confondeva in quella foresta di comandi di nera plastica, e Pepe almeno era una presenza dolce e viva, anche se sonnacchiosa e un po' lontana mentre si dimenava fra un lampeggio e una terza marcia. Sì: era Stefano, in piedi e inaspettato, tutto preso da chissà quale discussione sulla soglia della casa dei Nicolini, che caso agghiacciante.
Era Luigi? Parlava con lui o addirittura stava aggredendo il dottore con la sua verità? Era la "Verità di Martina" che stava esponendo con quella forza? Pregava che in quel caso la stesse difendendo, che si fosse erto a suo baluardo. O forse era la Pubblica Accusa? Avrebbe fatto male a lamentarsi in tal caso, forse doveva accettare quella pena senza fare un cenno, come fosse stata una donna onesta ... e si morse il labbro superiore con convinzione.

Ricordò ancora: era preda della sua irrazionalità, infreddolita e inesperta in un mondo di strade che conosceva così poco, in sconvolgenti sensazioni che più di tutto l'avevano confusa, quella notte e nelle settimane precedenti. Ora guidava lei la strada per la prima volta e fu felice della sua idea, pur non sapendo dove l'avrebbe portata e non sentendosi innocente per quello che le accadeva intorno, per le persone che gridavano, che temevano, che si preparavano allo scontro. Ma libera di correre incontro a tutto ciò. Non onesta, ma coraggiosa e un pelo incosciente.
Magari ne avrebbero parlato, e meno male che sarebbe stato con lui, piuttosto che con la sorella, piuttosto che con Luigi, piuttosto che con quelle mani calde e invitanti.
Nessuno poteva scavare la tensione celata nel suo cuore, ma passando con l'auto lanciata verso tutt'altra direzione credette che di assistere al suo dramma, che qualcosa fosse sfuggito al suo segreto, che la gente avesse letto i suoi occhi da dentro al salotto di casa e che ormai stesse già pasteggiando di quelle emozioni che non riusciva più a comprimere. Era stanca. Ma era grata al caso per aver incrociato proprio in quel frangente la persona che poteva mettere ordine in quell'orgia di pensieri, doveva solo trovare un angolo di strada adatto per aspettarlo: la Renault 5 era parcheggiata di lì a pochi metri di gelido marciapiede e non ce la faceva più a stare da sola.
Non sentiva più nemmeno i polpastrelli elettrizzanti di Nicolini che la distraessero dai suoi propositi, aveva una paurosa speranza e decise di voltare tutto l'isolato e di aspettare Stefano più in là, con comodo e con calma. Senza correre ulteriori rischi: sorrise per il suo buonsenso e forse gli eventi erano meno intricati di quanto la sua testa li aveva dipinti.

Era sdraiata ora, e aveva un velo di freddo: cosa aveva fatto dopo aver visto Stefano parlare tenacemente col dottore? Aveva girato nei pressi della chiesa, controllò con la mano destra se avesse davvero portato il foglio rosa, la licenza temporanea di guida era poca cosa con la presenza di un gatto come "guidatore esperto e responsabile", ma non voleva esserne sprovvista in caso di bisogno. Aveva il sentore di averla lasciata chissà dove, le bastò il tatto delle dita affinate per sentire la presenza del documento dentro la borsetta.
Rimise la mano sul volante sospirando soddisfatta e meno intorpidita dal gelo. Pepe dormiva. C'era troppo movimento ai margini della parrocchia e ciò destò ulteriormente i suoi sensi feriti, c'era qualcosa a terra, un motorino acceso e qualcuno che teneva una testa fra le mani, come per non farla cadere, come per proteggerla dal lastricato ... poteva essere? Forse qualcuno aveva messo sotto un ubriaco col ciclomotore, o viceversa; strinse fortissimo i comandi della macchina in preda ad un urlo di eccitazione, lo mantenne appena in gola come una pesante boccata di fumo.
Pensò che lo avrebbe riversato tutto su Stefano nel giro di pochi minuti, ammesso che avesse voglia di sentirla a quell'ora, che non fosse troppo orgoglioso per ... sentire certe scusanti. Sempre che non avesse già intuito tutte le pecche infette del suo animo, che affioravano gocciolanti sulla pelle bianchissima e perlata dal sudore della fronte. Ed era quasi mezzanotte, e non le pareva vero di essere lì a un passo da quel cantiere, da quei tubi abbandonati sulla strada, proprio sulla sua carreggiata.

Già?! Dove erano andati a finire ora? Era tutto così luminoso e freddo e vedeva solo il soffitto, la testa pesante ora tagliata da un'aguzza sensazione di dolore profondo. La faccia era solleticata da qualcosa, come da una sciarpa ruvida e leggera, o un velo da sposa: le dava fastidio.

Prima stava guidando così bene! Non ne aveva esperienza, ma quei tubi lasciati in mezzo al suo percorso sicuramente erano stati segnalati da qualcosa, da un cartello che le era sfuggito o che non conosceva ancora bene. Quindi avevano pensato ad una via d'uscita (avendola letta!), uno svincolo o chissà che, ma ormai non aveva tempo per frenare o per immaginarsi una comoda deviazione: scartò istintivamente di lato e caso volle che nessun altro veicolo stesse sopraggiungendo sul senso unico alternato.
Che notte nera di pece, il micio stava tirando uno starnuto, Martina aveva un sorriso che presagiva vittoria su isolati, strade, incroci, lavori in corso, oggetti neri che animavano le strade a quell'ora di notte e che andavano dritto sulla sua automobile sicura e ben condotta, che picchiavano il cofano mentre Pepe si svegliava violentato da un'altra fortissima e incontrollata deviazione.

Don Ottavio si sentì il femore partire dal bacino mentre attraversava la strada in cerca di soccorso per il ragazzo che aveva da poco visto esangue, poi mise il gomito su una specie di barattolo che gli era venuto incontro sulla strada e voleva quasi girarsi per vederlo negli occhi mentre lo sommergeva, se non che si trovò spostato da tutt'altra parte, mentre la macchina si dirigeva in senso opposto come per scansarlo tardivamente.
Finalmente Martina gridò. La Uno si adagiò stanca per un viaggio fuori orario su una vecchia lanterna del Fascismo, arrampicandosi finchè poteva in cerca dell'alta luce, come una farfalla notturna. Poi la quantità di moto decadde e si mise di fianco a dormire sul marciapiede opposto. Il faccino di Martina prese a grondare tutto il veleno di quella notte e pareva stesse dormendo, ma a vederla in volto, così rossa e stranamente calda, sembrava ancora più stanca di come s'era alzata dal divano poche ore prima per aprire a Luigi e al gatto della zia.