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"Figlio mio ... dolce musico, piccolo
tatino"
* * *
Poco dopo la mezzanotte, Luigi era ancora con la sua
preda, nel condominio quieto e freddo sebbene la caldaia
lavorasse frenetica e sussultante. Il freddo che sentiva
mentre la cingeva era lo stesso silenzio degli occhi
accusatori, era la volontà dell'uomo che aveva avuto il
sopravvento su una vergine irraggiungibile, trovatasi
improvvisamente con la sola difesa della sua infantile
colpa e della sfortunata imprudenza di essergli amica.
Martina era mezza nuda da lunghe ore e il nasino quasi le
gocciolava in preda alla congestione, era rimasta a
parlare al telefono con un'amica per interminabili
minuti, prendendo il primo pretesto per salvarsi da
Luigi. Il suo sensuale aguzzino invece, era rimasto
paziente dinanzi a lei, mentre confessava a Roberta la
prima confidenza che le veniva in mente in cerca di
scampo, ma non così convinta di ciò da ignorare le
appuntite pupille dell'uomo, che di solito erano liquee e
bonarie quando la vedevano.
"Mi piace il cachemire ... se solo potessi!"
"Forse Giovanna trova lavoro nella profumeria nuova,
se ci va andiamo a fare le matte ... ma troppo profumo
dà alla testa e non mi ..."
"Non so se potrò, non mi sento a mio agio e ho già
una punta di freddo
(Ti prego ... sono già nuda, non farlo ora, non farlo
davvero, farò la brava, sei qui, ti ho aperto, giuro che
non ti scaccerò)
Vide le dita fresche sul cavo del telefono divincolarsi
freneticamente in cerca di scampo, e per poco non le
lesse veramente nel pensiero: fu la sua ispirazione, da
inopportuno coetaneo si tramutò in una minacciosa e
irrefrenabile mantide deposta ai piedi di Martina.
Parlava pregando che il tempo passasse deciso,
rispondendo a monosillabi alla noncurante compagna. Luigi
non sibilava neppure un soffio, preso dalla futile
conversazione fra donne che stava dilungandosi oltre
misura: la assaporava divertito escogitando qualcosa da
fare con la bambolina che aveva di fronte.
Agì, percependo appena il rumore del cardigan viola
della piccola che cadeva soffice e vellutato ai suoi
piedi già scalzi, allora lo prese con piene mani e lo
strofinò vigorosamente su di essi, nell'intento di farli
cedere più che di scaldarli.
La cornetta cadde.
Erano le ventitre passate, Luigi non parlava da ore,
suggendo la pelle attorno l'ombelico venereo e mellifluo
della giovane, ancora eretta davanti al mobiletto del
telefono che taceva ironicamente.
I graffi e le sottili carezze ai lati delle sue reni
erano sapientemente mescolati e alternati per ricordarle
prima il piacere, poi il dolore che ne seguiva. Il derma
di Martina stava esplodendo per il calore improvviso e
per la tensione che nell'inguine e ai vertici del petto
montava, stracciando la sensazione del suo corpo.
Pepe non miagolava più, il profumo dell'eccitazione
nell'aria era persistente ma non lo stimolava più di
tanto, lui aveva già dato il meglio di sè con le
peggiori randagie del quartiere; trovava più
interessante l'impasto delle polpette, che riposava
abbandonato colpevolmente sull'angolo del tavolo per il
pranzo del mercoledì. Il giorno era lì per nascere.
Luigi a quel punto si erse, refrattario ad ogni senso, la
guardò con un'intensità che le altre persone non erano
solite avere nei confronti della ragazza. Ella pensò che
forse era abbastanza e stava quasi per scusarsi, cercando
un motivo per negarsi ai suoi polpastrelli.
Aveva appena sentito l'odore dei lunghi capelli corvini,
e decise che era il tempo e il modo migliore di
congedarsi: con un eleganza più bella di quanto fosse la
sua persona; fece per sentire meglio quelle splendide
onde, avvicinandosi con la faccia ai lati del suo lungo e
nascosto collo, mentre la pelle di lei si rilassava
pronta a ricevere un umido e gradito bacio da quelle
sapienti e inaspettate labbra da uomo.
Martina chiuse gli occhi e dopo la carezzevole sensazione
sentì il bordo della mandibola farle male sotto il
vigoroso morso dell'amico: "Ahi" pensò,
facendo gocciolare una stupida lacrima ai lati delle
ciglia.
"Penso che un giorno ti deciderai, felice
notte"
S'era infilato il lungo cappotto e la porta sottolineò
con un sommesso battito tali parole di condanna.
Le gocce nel corpo della piccina quasi ventenne erano
diventate dense e insistenti. Cadevano segretamente,
spillate dal suo intimo in un ultimo fremito di
eccitazione, nella dannata voglia che il suo perfido e
insperato amante rimanesse ancora un po' ai suoi piedi,
tormentandola e pungolando la sua anima sottile.
L'acqua fluiva rigogliosa dalla sua fonte.
Similmente le lacrime, pensando alle ultime tempestose
ore: la generosa creatura continuava a versarle nel
silenzio.
Suonavano le ventiquattro e raccogliendo i frantumi della
sua dignità decise di andarlo a cercare, con uno di quei
gesti che non sono nemmeno dettati dalla speranza, semmai
dalla disperazione. non voleva stare da sola, e si
convinse che era per questo sciocco motivo che i denti,
le unghie, il collo e le braccia di Nicolini le
mancavano, perciò prese con sè il micetto, per avere la
certezza di qualcuno al fianco. Controllò le chiavi
della Uno champagne, il foglio rosa appena ricevuto e
sperò di trovare la Renault biancorossa il prima
possibile: a meno che Stefano Errici non stesse già
correndo più forte di lei, lungo qualche segreta e
smisurata stradina di campagna abbandonata da tutti.
Voleva che Stefano la degnasse di un'attenzione
particolare che non era in grado di darsi, e si pentì di
averlo pensato con l'emozione fredda di Luigi che ancora
là, sulla sua pelle, dentro, in profondità.
* * *
Negli strumenti a corda, quando non si riesce a costruire
l'armonia, può essere utile cambiare accordatura: spesso
un Mi in sesta corda viene abbassato di un tono, così il
pedale di basso diventa una "Sesta in Re".
In alcune storie, le frasi delle persone muovono armonie
discordanti, se la frequenza delle note viene
interpretata con un diapason adatto esse diventano
improvvisamente concordi, coerenti, riconoscibili. La
cosa riesce abbastanza bene variando la tonalità di una
musica, che è la prima variabile di una composizione. Si
chiamano Modulazioni.
Ma la variabile musicale principe in realtà è il tempo:
e proprio su di esso le storie delle persone prendono
forma. Il tempo si dilata quando porta ore inutili e
infinite, diventa un istante nei momenti di ispirazione
suprema, si incrocia con quello degli altri senza
apparente coerenza. Nel corso di una storia il tempo è
la variabile capricciosa, ma se intendiamo una storia
come forma musicale, allora anche il contrappunto di
tante voci che stridono insieme può diventare organico,
forse anche dolce da sentire. Si chiamano Modulazioni.
Per fare ciò, chi legge le storie deve interrogarsi su
quegli eventi che il tempo porta con sè, unendo e
ricamando le loro apparenti sfasature.
Martina, lanciata con affamata trance alla guida della
Fiat luccicante con Pepe sulle sue cosce profumate, non
era consapevole delle battute già suonate e di come il
tempo stesse portando tutta quella gente a suonare i
propri destini, come fossero scritti sulla stessa
partitura.
Giovanna, tornata a casa senza vedere ombra della
sorellina, e per giunta vedendo lo spettacolo delle
polpette impastate dalle zampette del micio,
probabilmente ne era ancora più spiazzata.
Don Ottavio, avendo visto il corpo che era stato un
giovane vigoroso e problematico, si domandava correndo in
fondo a quell'angolo di strada se egli avesse ancora del
tempo, se la cadenza finale non fosse già suonata per la
vita del rosso violista che taceva sul marciapiede come
uno strumento senza archetto.
Luigi stava tornando a casa, mentre suo padre si
domandava quanto tempo era passato da quando Francesca
venne da lui la prima volta.
Stefano aveva da poco finito di parlare col dottor
Nicolini, non era una cosa che aveva deciso
strategicamente, ma forse gli era riuscita meglio di
altre. Aveva usato l'istinto e l'anima quella notte più
di quanto avesse sperato e alla fine aveva un barlume di
virile soddisfazione, Ilaria era un pensiero sfocato.
Aveva appena posato la giubba sul letto e si tastava la
capigliatura pressochè intatta, il tempo quella notte
non avrebbe significato più nulla per lui.
Ilaria era come al solito ben desta a quell'ora, il
riposino pomeridiano si era protratto fin quasi
all'arrivo di Archie e un senso di dubbiosa e serena
colpa la stuzzicava il pancino appena proteso: s'era
fatta l'abitudine a quelle notti e pur nel malessere si
sentiva Lei, magari sporca ma viva come le piaceva, nella
pelle che si era scelta e che il tempo non poteva
sottrarle. L'indomani si sarebbe alzata presto, la
soddisfazione di vedere i suoi piccoli gioielli
nell'asilo comunale, sporchi di festività e di parenti
mai visti prima del Natale: era una tacita e segreta
felicità che pregustava al riparo da tutti, nell'aria
fresca della sua stanza notturna.
La pena che silenziosamente provava per i teneri
animaletti che le giravano per casa in cerca del suo
cuore era distante, sempre più confusa nell'umido
abbraccio dell'attesa del nuovo giorno.
Sara, le mancavano le bambine che con riluttanza aveva
lasciato alla loro vita di donne, dopo essere stata madre
per mezzo di loro. I capelli ricci di nero inchiostro e
intrisi di umidità e di voci al ritorno della festa
erano più soli perfino di lei: avrebbe chiesto al tempo
un pretesto, seppur doloroso per odorare ancora per un
istante la musica del passato. Dopo un po' ne avrebbe
parlato sommessamente con Francesca Sabiniis, e la sua
figura sarebbe diventata ancora più piccola,
ringraziando il destino con i denti serrati dalla
preoccupazione.
Giulio non apparteneva a quella musica, se non come un
tema esposto e portato ormai al suo compimento; non
viveva nel tempo degli uomini, ma nell'Eternità del
Suono: come un riverbero che mai si spegne.
Archie vedeva allontanarsi l'agile e disperata figura di
Don Ottavio Zimella, era chino da un po' su quelle spalle
rimaste immobili sul marciapiede e arrotondate da tanti
anni di sbracciate sulla viola. La viola di Giulio Stella
gemeva silenziosa alla sua sinistra in un morbido
compianto al caldo riparo della custodia appena
scheggiata dall'impatto con la terra. Archie forse era
preda al rilassante tepore delle sostanze e dell'amaro
fatto in casa, forse era rintontito dai chilometri di
brezza presi in pieno volto sul ciclomotore nero ancora
balbettante ai lati della strada, o era un freddo
passionale: fatto sta che le lacrime gli scendevano
nascoste, come se attendesse una manata scherzosa del
rosso amico dritta sugli occhi.
Girò finalmente la testa di Giulio.
Sorridevano.
Erano ancora una volta le ventiquattro del 6 Gennaio
1987.
***
A casa del dottor Nicolini la discussione era più che
seria, ma in certe famiglie esiste da sempre un
autocontrollo innato, che rende serena ogni possibile e
scabrosa disputa, senza nulla togliere alla gravità dei
sentimenti e delle libertà che si scontravano
quotidianamente sotto lo stesso tetto.
Luigi sapeva aspettare sin da quando era un piccolo
furfante, non era un bimbo che rubava i biscotti appena
usciti dal forno della nonna, col rischio di ustionarsi e
non gustare la densa consistenza dei frollini raffermi di
un paio di giorni. I biscotti sono parenti del pane,
escono di galera improvvisamente, come sorpresi da un
provvedimento di grazia. Escono dopo aver scontato una
pena più breve ma non meno sofferta e per questo sono
intrattabili sulle prime: bruciano in bocca più di ogni
altra cosa.
Luigi, forse per intelligente istinto, forse per
ubbidienza, questa cosa l'aveva accettata da sempre.
Fosse stata una persona diversa probabilmente avrebbe
disteso Martina Mami prima di infilarsi il lungo cappotto
col bavero, ma era quasi ora di tornare alla rassicurante
casa del dottore e forse in un altro momento la ragazza
sarebbe stata una preda ancora più fresca e fragrante.
Conveniva attendere e a quel ragazzo la fiducia non era
mai mancata, se non nel futuro almeno nelle sue
capacità.
I capelli neri portati indietro facevano comparire una
stempiatura giovanile, il cappotto lasciato sulla canna
della bici azzurrina non era lungo ma radeva spesso il
suolo indossato dalla sua figura poco slanciata. La
carnagione era più sul chiaro che sul giallino, se non
si esponeva timidamente al sole: a Luigi il calore
suscitava sempre diffidenza. Spuntava rada una barba
fastidiosa sulle sue guance, su quegli occhi teneri da
uccellino portava gli occhiali a goccia con palese
noncuranza, non per l'abitudine alla miopia ma per
tingere di timore lo sguardo di chi lo guardasse con
eccessiva fiducia.
Suo padre, il dottor Mauro Nicolini, era una figura assai
simile, i figli non possono non somigliare a chi li mette
al mondo, seppur il suo sguardo s'intristisse più
spesso, per la severa abitudine professionale di esporre
i sintomi e le prognosi a chi curava quotidianamente nel
piccolo villaggio ai margini della campagna. Aveva anche
un'espressione di serena attesa, era abituato a sentire
le problematiche dei pazienti, anche quelle non inerenti
all'aspetto medico. Ciò aveva migliorato il suo porsi al
mondo nel corso degli anni, e i segreti dei suoi
assistiti lo avevano arricchito più che preoccupato. Ma
era ancora più convinto, dopo tanto tempo, che un medico
era tenuto a non farsi coinvolgere eccessivamente in tali
confessioni. Alla fine esse avrebbero portato pena e
stenti alla missione di medici troppo umanitari. Il
dottor Nicolini si dette questo precetto con serenità,
dopo aver sperimentato di persona le fobie e gli scrupoli
di un medico che aveva saputo troppo della sua paziente.
Il figlio era uno studente prossimo al diploma, non era
stato ancora scolpito da una professione così
significativa e impegnativa, ciononostante il viso era
sempre con una smorfia di autorità, solo velatamente
infantile, ma capace di estrarre dalle persone i
sentimenti che distillassero le loro debolezze.
"Stefano, il capobanda, è passato di qui. Chissà
perchè ... ha detto che era pronto per uno sfacelo, per
dimostrarci qualcosa o giù di lì. No ... non
preoccuparti, non sembrava collerico: solo un po'
incazzato e nemmeno con te a dirla tutta. Però è strano
sia passato da noi, spero tu sappia illuminarmi"
disse con un velo di dolce riso paterno sui denti gialli.
"Lo so perchè. Dovrei nasconderlo?"
In realtà Luigi non aveva idea perchè fosse venuto in
cerca di lui, ammesso che sapesse della sua visita da
Martina non immaginava perchè ne avesse a dire con lui.
Però non sopportava essere colto impreparato, e preferì
una candida ammissione piuttosto che ammettere di non
sapere nulla: in ogni caso Errici Stefano lo aveva preso
alla sprovvista e gli occhi lucidi e dalle grandi pupille
divennero improvvisamente irti di spine. Si trattenne e
aspettò che il vecchio esponesse questa pungente e
fastidiosa novità, si protese impercettibilmente; Mauro,
notando questa vibrazione nel figlio si decise a parlare
e soddisfatto dalla sua piccola titubanza inizio
l'omelia.
"Sai, siete come certi elementi chimici, voi
ragazzi. Alcuni si scontrano vivacemente, per risolvere i
loro guai in un legame chimico più stabile dopo breve
tempo. Altri sembrano insensibili fra loro, semplicemente
perchè accomunati nella stessa famiglia, nella stessa
colonna della tavola periodica"
"Mmh, che commuovente parallelo fra Mendelev e De
Amicis, perdonami ma ho avuto una giornataccia con
Garrone e De Rossi, vado a letto!" rise con isterico
sarcasmo "Già, siete palline che vagano nello
spazio e nel tempo in attesa di riconoscersi: non
potendosi legare, si sfiorano e quasi si odiano, sentono
le loro corazze elettroniche passarsi la mano per un
attimo, poi fuggono irretite e schifate, correndo il più
possibile in cerca di scampo l'uno dall'altro. Perchè si
riconoscono dall'odore"
"... come i cani"
"Fa un po' te" proseguì "comunque se
qualcuno ti ha riconosciuto, se ha capito il tuo odore e
sente addirittura il bisogno di dirti qualcosa in questa
vita, forse andrebbe la pena di fare un tentativo"
Luigi trattenne i pugni e lo scatto d'ira perchè non
voleva scoprirsi all'arguto padre, perciò disse con
fredda semplicità: "Errici ... con quel militante
cattolico dici? E' la stessa persona? Cioè: il perfetto
gentiluomo di borgata, amato dalla società (almeno
ufficialmente), convulso e scoppiato di paranoie?
Preoccupato comicamente da quei capelli biondicci troppo
corti per accogliere altro gel? Capiscimi padre, non è
una questione di pelle o di palle di elettroni, che
girano e anche vorticosamente. In realtà non ho
difficoltà ad ammettere come è Stefano: anche i suoi
pregi per carità, il suo tentativo velleitario di
salvare il mondo e le nostre anime con un gesto estremo
... con l'Esempio dice lui. E' quasi un filantropo no?
Bene, che aiutasse qualcun'altro!"
"Non è detto che ti voglia aiutare ..."
"Ammesso questo. Non mi va, non per essere poco
cortese, troppo chiuso alla Parola Rivelata. Alla fine
sono anche curioso, l'ammetto. Ma le pedine le ho sempre
giocate da solo, gli altri mi hanno seguito, se lo hanno
fatto; rischiando loro di prima persona. Dovrei farlo io
ora? Con quel Soldato di Cristo? Siamo diversi"
Siete uguali. Pensò così suo padre mandandolo a letto
con una solitaria presa di tabacco nella mano. Poteva
anche avere ragione, ma la chiusura di suo figlio così
ostinata e contro la sua natura, quasi uno smaccato gesto
di difesa a priori, lo preoccupava. Non sembrava così
maturo, visto sotto questa luce, ma il telefono risuonò
aspro, come se portasse con sè un destino che si
compiva:
"Pronto ..."
"Dottor Nicolini, perdoni l'ora: Ospedale Civico,
divisione di Pronto Soccorso"
"Dica" era successo così spesso. Sapeva bene
che gli attendenti dell'ospedale desideravano da lui
risposte concrete e possibilmente bisillabiche, non si
scompose sentendo la voce stranamente indaffarata
dall'altra parte. Non era un grande ospedale, seppur ben
gestito, ma le emergenze improvvise erano malvissute dai
suoi reparti e per fortuna capitavano di rado. La sua
figura professionale del medico curante esigeva pazienza
oltre che disponibilità costante, e doveva conferire
calma e decisione ad ogni possibile situazione.
"Frai suoi mutuati compare la matricola 00435594,
Stella Giulio Maria, residente in frazione Badessa al
numero 4 di via Depretis?"
"Sì, sono stato il suo tutore legale fino all'anno
scorso, verrò da voi immediatamente. No, lasci perdere i
genitori naturali, è bene che non li abbia trovati, le
sarò più utile io al momento. Come dice? Sì anche Mami
Martina di anni venti, è una mia assistita ... no, il
parroco no: per lui telefoni al dottor Bellanti. Entrambi
sono sotto osservazione dice? Certamente no: Giovanna
Mami lavora fuori città presso la signorina Sabiniis,
esatto. Tornerà a metà nottata ormai se non l'ha
trovata a casa, chiaramente non le consiglio di ... se
vuole sarebbe meglio avvertire una loro zia, sono ancora
in buoni rapporti. Sì lo so: le ragazze vivono da sole.
E' dovere aiutarla, si figuri ... Dunque: Villa Sara. Ora
le do il telefono ... ... "
"Alla fine ha ceduto" E la cornetta suonò
cozzando sul grigio telefono a disco.
***
Martina aveva stranamente mal di testa, non era il suo
consueto malessere premestruale, viveva un periodo
benedetto della vita delle donne in cui i flussi del loro
corpo tendono ad essere più affidabili dei corrieri di
Alessandro Magno. E comunque la piccola si sentiva ancora
umida e con la testolina pesante, Luigi però non era nei
paraggi. E nemmeno Stefano.
Lo aveva visto senza aspettarselo proprio quella notte,
proprio nella sua macchina ancora incosciente della
strada, ma la Uno ebbe buon fiuto davvero. Trovò chi
cercava senza alcuno sforzo, anzi nemmeno erano giunte a
casa Errici per vedere Stefano e la sua figura nervosa e
inquadrata: Martina disse che era un'auto femminile,
pensò che sarebbero state buone compagne di viaggio nel
futuro. Aveva Pepe sulle cosce poco infreddolite dal
riscaldamento ancora pigro, se lo ricordava bene: sovente
si confondeva in quella foresta di comandi di nera
plastica, e Pepe almeno era una presenza dolce e viva,
anche se sonnacchiosa e un po' lontana mentre si dimenava
fra un lampeggio e una terza marcia. Sì: era Stefano, in
piedi e inaspettato, tutto preso da chissà quale
discussione sulla soglia della casa dei Nicolini, che
caso agghiacciante.
Era Luigi? Parlava con lui o addirittura stava aggredendo
il dottore con la sua verità? Era la "Verità di
Martina" che stava esponendo con quella forza?
Pregava che in quel caso la stesse difendendo, che si
fosse erto a suo baluardo. O forse era la Pubblica
Accusa? Avrebbe fatto male a lamentarsi in tal caso,
forse doveva accettare quella pena senza fare un cenno,
come fosse stata una donna onesta ... e si morse il
labbro superiore con convinzione.
Ricordò ancora: era preda della sua irrazionalità,
infreddolita e inesperta in un mondo di strade che
conosceva così poco, in sconvolgenti sensazioni che più
di tutto l'avevano confusa, quella notte e nelle
settimane precedenti. Ora guidava lei la strada per la
prima volta e fu felice della sua idea, pur non sapendo
dove l'avrebbe portata e non sentendosi innocente per
quello che le accadeva intorno, per le persone che
gridavano, che temevano, che si preparavano allo scontro.
Ma libera di correre incontro a tutto ciò. Non onesta,
ma coraggiosa e un pelo incosciente.
Magari ne avrebbero parlato, e meno male che sarebbe
stato con lui, piuttosto che con la sorella, piuttosto
che con Luigi, piuttosto che con quelle mani calde e
invitanti.
Nessuno poteva scavare la tensione celata nel suo cuore,
ma passando con l'auto lanciata verso tutt'altra
direzione credette che di assistere al suo dramma, che
qualcosa fosse sfuggito al suo segreto, che la gente
avesse letto i suoi occhi da dentro al salotto di casa e
che ormai stesse già pasteggiando di quelle emozioni che
non riusciva più a comprimere. Era stanca. Ma era grata
al caso per aver incrociato proprio in quel frangente la
persona che poteva mettere ordine in quell'orgia di
pensieri, doveva solo trovare un angolo di strada adatto
per aspettarlo: la Renault 5 era parcheggiata di lì a
pochi metri di gelido marciapiede e non ce la faceva più
a stare da sola.
Non sentiva più nemmeno i polpastrelli elettrizzanti di
Nicolini che la distraessero dai suoi propositi, aveva
una paurosa speranza e decise di voltare tutto l'isolato
e di aspettare Stefano più in là, con comodo e con
calma. Senza correre ulteriori rischi: sorrise per il suo
buonsenso e forse gli eventi erano meno intricati di
quanto la sua testa li aveva dipinti.
Era sdraiata ora, e aveva un velo di freddo: cosa aveva
fatto dopo aver visto Stefano parlare tenacemente col
dottore? Aveva girato nei pressi della chiesa, controllò
con la mano destra se avesse davvero portato il foglio
rosa, la licenza temporanea di guida era poca cosa con la
presenza di un gatto come "guidatore esperto e
responsabile", ma non voleva esserne sprovvista in
caso di bisogno. Aveva il sentore di averla lasciata
chissà dove, le bastò il tatto delle dita affinate per
sentire la presenza del documento dentro la borsetta.
Rimise la mano sul volante sospirando soddisfatta e meno
intorpidita dal gelo. Pepe dormiva. C'era troppo
movimento ai margini della parrocchia e ciò destò
ulteriormente i suoi sensi feriti, c'era qualcosa a
terra, un motorino acceso e qualcuno che teneva una testa
fra le mani, come per non farla cadere, come per
proteggerla dal lastricato ... poteva essere? Forse
qualcuno aveva messo sotto un ubriaco col ciclomotore, o
viceversa; strinse fortissimo i comandi della macchina in
preda ad un urlo di eccitazione, lo mantenne appena in
gola come una pesante boccata di fumo.
Pensò che lo avrebbe riversato tutto su Stefano nel giro
di pochi minuti, ammesso che avesse voglia di sentirla a
quell'ora, che non fosse troppo orgoglioso per ...
sentire certe scusanti. Sempre che non avesse già
intuito tutte le pecche infette del suo animo, che
affioravano gocciolanti sulla pelle bianchissima e
perlata dal sudore della fronte. Ed era quasi mezzanotte,
e non le pareva vero di essere lì a un passo da quel
cantiere, da quei tubi abbandonati sulla strada, proprio
sulla sua carreggiata.
Già?! Dove erano andati a finire ora? Era tutto così
luminoso e freddo e vedeva solo il soffitto, la testa
pesante ora tagliata da un'aguzza sensazione di dolore
profondo. La faccia era solleticata da qualcosa, come da
una sciarpa ruvida e leggera, o un velo da sposa: le dava
fastidio.
Prima stava guidando così bene! Non ne aveva esperienza,
ma quei tubi lasciati in mezzo al suo percorso
sicuramente erano stati segnalati da qualcosa, da un
cartello che le era sfuggito o che non conosceva ancora
bene. Quindi avevano pensato ad una via d'uscita
(avendola letta!), uno svincolo o chissà che, ma ormai
non aveva tempo per frenare o per immaginarsi una comoda
deviazione: scartò istintivamente di lato e caso volle
che nessun altro veicolo stesse sopraggiungendo sul senso
unico alternato.
Che notte nera di pece, il micio stava tirando uno
starnuto, Martina aveva un sorriso che presagiva vittoria
su isolati, strade, incroci, lavori in corso, oggetti
neri che animavano le strade a quell'ora di notte e che
andavano dritto sulla sua automobile sicura e ben
condotta, che picchiavano il cofano mentre Pepe si
svegliava violentato da un'altra fortissima e
incontrollata deviazione.
Don Ottavio si sentì il femore partire dal bacino mentre
attraversava la strada in cerca di soccorso per il
ragazzo che aveva da poco visto esangue, poi mise il
gomito su una specie di barattolo che gli era venuto
incontro sulla strada e voleva quasi girarsi per vederlo
negli occhi mentre lo sommergeva, se non che si trovò
spostato da tutt'altra parte, mentre la macchina si
dirigeva in senso opposto come per scansarlo
tardivamente.
Finalmente Martina gridò. La Uno si adagiò stanca per
un viaggio fuori orario su una vecchia lanterna del
Fascismo, arrampicandosi finchè poteva in cerca
dell'alta luce, come una farfalla notturna. Poi la
quantità di moto decadde e si mise di fianco a dormire
sul marciapiede opposto. Il faccino di Martina prese a
grondare tutto il veleno di quella notte e pareva stesse
dormendo, ma a vederla in volto, così rossa e
stranamente calda, sembrava ancora più stanca di come
s'era alzata dal divano poche ore prima per aprire a
Luigi e al gatto della zia.
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